Blog

FARE CULTURA

02.01.2015 17:39

Qualche anno fa Woody Allen, in una celebre battuta, fece dire ad un'attrice: "Io ho un talento naturale per la recitazione, qualunque scuola potrebbe distruggermelo". La battuta è esilarante, ma applicata ad ogni arte mi fa venire in mente tutte quelle persone che credono di saper scrivere, poetare, dipingere, fotografare, scolpire, suonare, cantare ecc, ecc.. senza aver mai studiato, ricercato, senza essersi mai impegnati, senza aver mai frequentato una scuola o un corso, o un seminario, senza aver mai profuso uno sforzo insomma, ritenendo che il proprio talento fosse sufficiente.

Ce ne sono a migliaia intorno a noi, fateci caso. In Italia e altrove, sono tutti scrittori, poeti e artisti.

Ci vorrebbe solo un po' di umiltà per mantenere un livello di dignità.

Fare cultura è una frase impegnativa, non ci si può improvvisare.

E' una frase corretta dire "fare cultura", perché cultura è coltivazione, è cioè azione e non inerzia, è atto dell'educare, incrementare, potenziare, sviluppare, nutrire, alimentare, carezzare. Sì, avete letto bene, fare cultura è anche accarezzare perché con essa si vagheggia, si desidera, si brama, si sfiorano, coccolandoli, i sogni più belli. Ecco perché chi fa cultura dev'essere tutelato, considerato un bene per l'umanità intera.
Non ci sono molteplici significati da attribuire alla parola cultura (quindi non mi soffermerò in banali e inopportune spiegazioni per chi pensa che cultura sia anche svago, spensieratezza e dunque "azione priva di pensiero" !), cultura è impegno, è azione che coinvolge l'intelligenza, la sensibilità e la ragionevolezza, la consapevolezza di sé e degli altri, cultura è rispetto, ricerca di armonia, assenza di volgarità, capacità di trascinare tutto verso l'alto. Cultura è amore, per dirla con una parola sola, amore verso la conoscenza più completa, quella che si distingue dalla semplicistica informazione, quella che non si occupa di "dati statistici", cultura è guardare all'eccezione, è la non improvvisazione, è immaginare che ci dev'essere un modo per essere eguali, la disuguaglianza non è "colta".
Fare cultura significa impegnarsi ad essere migliori e più competenti, cultura è anche voler imparare e non dare per scontato che non si abbia più nulla da apprendere, cultura è avere gli occhi sempre stupiti e il cuore sempre aperto. L'aridità non è cultura.
Chi sostiene (o intimamente lo pensa anche senza tradurlo a voce alta) di sapere già tutto, di essere preparato, di non dover imparare, commette un errore ingenuo ma dagli effetti devastanti, su di sé e sugli altri, genera e sparge ignoranza, il male dei mali.

Anna Pascuzzo

Cosa dicono di Letture condivise (di Alessandro Orefice)

23.09.2014 13:56

LETTURE CONDIVISE E SENSMAKING:

Se lo  prefigge ma poi accade, lo sentono le persone, lo riferiscono i partecipanti.  Questo è il metodo/miracolo (un ossimoro?) con cui Anna e le sue (e loro) "Letture condivise" elaborano (il gruppo) costruzioni di senso fondate sull'esperienza (esempio di sensemaking). 

Inimitabili le "Letture condivise" di Anna Pascuzzo, non un gruppo di lettura ma un laboratorio sperimentale in cui la docente adotta un metodo di approccio al testo assai originale.

A proposito di questo, proprio ieri ho potuto vedere un film "Molto forte, incredibilmente vicino" - TRAILER https://youtu.be/2iHxZgUl5mM (tratto dall'omologo libro di J.S. Foer),  in grado di evocarmi  più che con  perifrasi (e mediante parole, come queste), le ragioni vitali per Noi di riuscire a dare risposta alle coincidenze [vedi Domenico Dara ed il suo libro "Tractatus Brevis"], ai significati della vita e alla 'Domanda' di ricerca di senso che Ci riguarda. Nella specie quella di Oskar, piccolo bimbo [ma Oskar "siamo tutti Noi"] che avverte questa esigenza e la trasmette allo spettatore con una emozione di cui ringrazi, lui, il bravo regista [S. Daldry, quello di "The hours e di Billy Elliott"].

E queste emozionii viaggiano sulla medesima lunghezza d'onda, che è anche sociale e cognitiva, di "Letture condivise", così come le vivono le persone che ad ogni appuntamento, durante il lasso intermedio tra un incontro e l'altro, assieme le sperimentano.

(Dott. Alessandro Orefice)

"Letture condivise" è un laboratorio promosso da ScritturArte

14.06.2014 15:07

Se volete saperne d più leggete qui:

https://www.infooggi.it/articolo/nuovo-appuntamento-di-letture-condivise-con-l-associazione-scritturarte/66838/

Esperimento di scrittura intimista/epistolare (fatelo se vi va)

20.08.2013 11:42

Oggi proviamo a fare un esperimento di scrittura "intimista". E' quella che prima o poi apparterrà a tutti, prenderà le forme di un diario, chiuso con il lucchetto come si faceva da bambine, o sarà impressa su fogli sparsi qua e la...avrà le sembianze di una lettera che non spediremo mai o che dopo aver riletto, stropicceremo in un pugno stretto e getteremo via. L'esperimento che vi propongo è una lettera d'amore, non importa a chi, non importa a quale scopo...scrivetela soltanto, così come vi viene, evocando tempi remoti o frenesie recenti...

Il mio "esperimento epistolare" è questo:

 

 

Buon Natale all'amore mio lontano (che più lontano non si può)

Senza lacrime ti scrivo, le lacrime sono rimaste asciutte da qualche parte che non è più qui !

< Amore mio adorato,

se ci penso un po', non è mica tanto il tempo trascorso da quel bacetto sulla tua guancia morbida, dato di corsa vicino alla stazione...con me che provavo a fare attenzione a non sporcarmi nuovamente le dita aprendo il portabagagli della tua auto ...

L'amore era lì, tutto in quel bacio di fretta, l'ho dato a te perchè lo portassi via. Sapessi quanto ne è rimasto a me...sempre intatto...

Ci penso sempre ai nostri saluti frettolosi e con lo sguardo basso, penso a me che mi giravo tre o quattro volte finchè alla quinta poi non vedevo più la tua macchina in fila...eri andato via, ecco, in quell'istante io ti rivolevo accanto e avrei dato almeno un paio di giorni della mia vita (un paio basterebbero che dici ? ) per restare qualche ora di più con te in quell'auto, per rallentare il saluto, per alzare lo sguardo, per fissarti negli occhi e sorriderti, bello fra i belli, Amore mio.

I miei viaggi di "andata" sono un attimo, passano rapidi e l'attesa di Te non è attesa...i miei viaggi di ritorno durano un'infinità, sembrano non passare mai e l'attesa di Te ricomincia (e si trasforma in assenza) >


Buon 22 Dicembre !

Calderoli, razzista o testa vuota ?

15.08.2013 05:32
Calderoli, un razzista o una testa vuota !
 
 
Vorrei dire due parole a proposito di quel connubbio indissolubile che è rappresentato dal binomio "leghista/razzista".
 
In merito a quanto ha asserito Calderoli qualche giorno fa, in un'Italia che niente ormai si fa mancare, non è tanto la comparazione della Ministra Kyenge ad un orango che mi abbia fatto specie, ciascuno di noi può infatti assomigliare a qualcos'altro oltre che a mamma e papà, ma è il sillogismo sofistico, quello che nulla ha a che fare con la logica aristotelica, che mi turba e mi fa dubitare della sanità mentale del signor Calderoli.
 
E già, che un uomo leghista abbia più volte mostrato interesse reale verso ogni forma di discriminazione è ormai notorio. E' altresì "storia" che un uomo leghista si sia dimostrato sovente incapace di un eloquio compiuto, diciamo pure che un uomo leghista si sia spesso mostrato inadatto all'espressione italiana basale, quella per la quale sarebbe sufficiente mettere insieme un soggetto, un verbo e un complemento, provando a dare alla proposizione anche un senso.
 
Siamo da tempo abituati agli scarabocchi verbali, ai rutti da birra padana a buon mercato, alla flatulenza razzista di Bossi, Borghezio e compagnia bella, ma stavolta c'è di più, c'è di peggio. C'è l'assenza della "intelligenza", non la sua sporadica apparizione, stiamo attenti, sto parlando di "assenza", di un fenomeno cioè che non si è mai manifestato nella mente dell'uomo Calderoli.
 
Tornando al sillogismo è d'uopo che faccia qualche esempio: I sofisti, coloro che nel V sec. a. C. facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro compenso (e per questo definiti vorgalmente "negozianti di merce spirituale"), tanto per imbrogliare l'uomo semplice dell'epoca, usando la retorica per millantare e mistificare (come da vent'anni a questa parte si usa fare nella politica italiana) utilizzavano il sillogismo come metodo sicuro per argomentare, ma la "tesi" dalla quale partivano e la sintesi a cui pervenivano erano sempre inverosimili e fallaci.
L'esempio di sillogismo sofista che qui vi porto sarà semplice e comprensibile:
Il forno elettrico scalda, Il sole scalda dunque il sole è un forno elettrico !
 
All’inizio dei Topici, opera di Aristotele, appare evidente la polemica contro i sofisti e contro le scuole di retorica. Nell'opera in questione infatti, il nostro filosofo si propone la ricerca di un metodo sicuro di argomentare, che, partendo da asserzioni vere o da opinioni espresse in proposizioni generalmente accettate, renda impossibile sostenere una posizione contraria. Questa ricerca porta alla definizione del sillogismo, un tipo di argomentazione che deve rimanere distinto dal modo eristico di argomentare e dai paralogismi (come quello sopra citato di tipo sofistico)
 
Ma perchè cito i sofisti e scomodo Aristotele per parlare di Calderoli e dell'assenza dell'intelligenza ?
 
Ebbene, se il signor leghista in sovrappeso avesse usato la logica e "l'intelligenza quella sconosciuta", avrebbe assimilato la ministra Kyenge ad una pantera nera, una femmina di animale che richiama il colore della sua pelle, nera appunto, e che come una donna, si muove in modo agile e rapido, tra l'altro qualche esamplare di pantera nera è presente anche in Africa, terra d'origine della nostra onorevolissima.
Il paragone c'era tutto e nessuno avrebbe gridato all'offesa razzista.
Invece, quel "senzatesta padano" ha realizzato un sillogismo sofistico, un sillogismo falso, errato, attribuendo al colore nero della pelle della signora una somiglianza con un animale che solitamente ha un manto peloso di colore beige o rossiccio e riconducendo il corpo esile della ministra ad un massiccio ed imponente scimmione indonesiano (l'Indonesia non sta certo in Africa!).
 
E' evidente dunque non solo l'ignoranza ma anche l'assenza di logica e intelligenza, d'altra parte cos'è un leghista/razzista se non un idiota ignorante ?
 
Anna Pascuzzo
 
 



 

Dialogo alla radio tra la conduttrice Nora T e la "tuttamatta" radioascoltatrice Anna P

06.08.2013 19:37

Pronto ?

Si pronto

Mi sente ?

Si la sento

Io non la sento tanto

Ma come non mi sente tanto ?

E già, non la sento tanto

Ma se mi sta rispondendo !

Ah, sono io questa che parla a Radio Sugo mentre io parlo con lei ?

Senta, facciamo una cosa, diamoci del tu, io sono Nora Ti e tu ?

Ti e tu ? Ma che bel modo di chiamarsi, ma gliel’ha messo il suo papà questo nome ? E si sa, i padri son così creativi ! Oh mi scusi, mi ha appena chiesto il nome ?

Veramente ti ho anche chiesto di darmi del tu !

Ah ma che carina, grazie Tietù, io sono Anna Pi

Ed io sono Nora Ti non Tietù.

Cos’è il secondo nome ? Magari piaceva di più alla sua mamma ?

Va bene Anna Pi, visto che sei in diretta raccontaci di te, sono le 12,40, che fai ? Sei a casa ? Cucini ?

Oh cavolo, le 12,40 ? Povera me, pensa che ho anche ospiti a pranzo. Si, sono a casa ma non ho fatto un tubo, sono così sbadata che non ho nemmeno fatto caso all’orario. Per fortuna che ho chiamato voi di Radio Sugo, per fortuna che ho chiamato te Nora o Tietù come ti chiami tu.

Eh già, proprio un gran colpo di fortuna ! Credi di poter mettere su un pranzo adesso che hai così poco tempo ?

Beh, gli altri arriveranno alle 13,30, ho il microonde ! Vedrai che qualcosa di surgelato da scongelare lo trovo in quel marasma che alcuni chiamano semplicemente freezer !

Perché non provi a dare un’occhiata e così poi ci dici esattamente cosa vuoi scongelare ?

D’accordo, aspetta lì però, non riattaccare eh !

Si si, tranquilla, ti aspetto qua…

Ohi ohi ohi !

Tornata ?

Ohi ohi ohi !

Ma che succede ?

Oh mamma mia !

Anna Pi che t’è successo ?

Un cadavere nel freezer !

Un cadavere ?

Eh già, il cadavere di un tacchino, poveraccio, chissà da quando sta la dentro ?

Ma come chissà, non l’hai messo tu lì dentro ? Non credo si sia suicidato ibernandosi !

Dici ? Magari era depresso o stufo di stare in una di quelle aziende nelle quali gli animali sono stipati in cento in un metro quadro !

Ti prego Anna Pi, adesso non te ne uscire con qualche storia lacrimevole avente per protagonista il “tacchino avvilito”, in quanto affetto da grave sindrome depressiva a causa della mancanza dello spazio vitale… Ormai è morto, sta nel tuo freezer chissà da quanto, non puoi ergerti a paladina del tacchino, avresti dovuto intervenire prima, ora puoi solo cucinarlo e poi mangiarlo insieme ai tuoi ospiti.

Silenzio…qualche minuto di silenzio e Nora Ti ha il dubbio che Anna Pi abbia riattaccato…

Anna Pi ? Ci sei ? Sei ancora là ?

Anna Pi risponde singhiozzando: Si, sono qua con il mio defunto congelato fra le mani e tu sei una cannibale!

Eh, addirittura cannibale !

Certo, mi hai appena proposto di cucinare il cadavere e di mangiarlo, questa è pura “istigazione” !

Anna Pi e su dai ! Perdonami ma se la metti così io riattacco per legittima difesa !

 

Io e me, un gay e il muro di Berlino

19.07.2013 20:04

Ve lo dico prima così che non vi facciate strane idee…la Sara della storia sono io, è di me che parlo in questo racconto che scrissi tempo fa per “sdrammatizzare” un po’ e ridere sopra la storia più incredibile della mia vita (nonostante di storie incredibili ne abbia fin qui vissute a iosa!). Il Marco del mio racconto, invece, non è un compagno della nostra classe, era della  IV C e ovviamente non si chiamava Marco…

Ho scritto perché essere omosessuale non debba mai più mettere in imbarazzo nessuno, perché questa inclinazione sessuale sia finalmente considerata alla stessa stregua della eterosessualità e non una patologia da curare e ricondurre alla “normalità”.

Ho scritto questa storia per le donne che almeno una volta nella vita si sono innamorate di un amico gay e l’ho scritta senza un finale perché le amicizie vanno oltre la banalità dei “finali a lieto fine”

Se vi va leggete pure, è arrivato il momento:

< E basta, da domani lo vado a raccontare a tutti, si comincio da lei, mi ha sempre dato ascolto, mi capirà lo so.

E poi dovrò dirlo anche a loro. Ma come faccio, a mamma verrà un infarto, papà non dirà niente, si chiuderà in un silenzio… non ci crederà, ci scommetti? Mi dirà: “ bello di papà, vuoi che andiamo da un medico ? Ti do l’indirizzo di Faustino, è uno bravo lui, se t’imbarazza, io non vengo, ci vai da solo ok ? “ Già me la vedo la sua faccia davanti, con quel fare premuroso….

Vabbè, domani ci provo, domani glielo dico! >

Erano dodici anni che Marco ripeteva queste parole davanti allo specchio. Parlava a sé stesso, si guardava dritto negli occhi. Da quando, all’età di undici anni, aveva sentito il suo cuore arrivargli alla gola, esplodergli dentro dall’emozione per aver abbracciato un suo compagno di squadra. Giocava a calcio nel ruolo di difensore, era anche molto bravo, in campo era soprannominato ironicamente il “muro di Berlino”, ma quando nel 1989, finalmente, anche quel muro cadde, quel soprannome per Marco non fu più appropriato!

A volte Marco se la prendeva proprio con quel “muro” < credo che la mia omosessualità dipenda proprio dalla caduta del muro, fino all’89 io ero un difensore maschio tutto d’un pezzo! >

Nell’89 Marco aveva appena undici anni e fino ad allora non aveva avuto alcuna pulsione “amorosa” verso nessuno. Non avvertiva attrazione, o comunque non

prestava attenzione a queste cose, gli piaceva giocare al calcio, difendere quell’area intorno alla porta come fosse casa sua, un suo parente o l’amico più caro.

Era bravo Marco, era bravo davvero, ma quell’abbraccio, quel cuore “esploso in gola” gli ha cambiato la vita.

Ora Marco ha 23 anni e continua a parlarsi davanti allo specchio. Da quattro anni lo specchio non è più quello della sua stanza, della stanza della casa materna, da quattro anni lui vive da solo < per motivi di studio > lui dice. Sta per laurearsi in Filosofia, gli manca solo la tesi, ma il suo percorso di vita è ancora all’inizio!

< C’è da risolvere questo problema, ti dico che non puoi andare avanti così, non è giusto. Siamo nel 2001, il mondo è “emancipato”, la società è multietnica! Non sarai mica tu l’unico “discriminato della terra”!>

Era forte Marco, parlava davanti allo specchio come se fosse “altro” rispetto a sé, come se all’improvviso riuscisse a sdoppiarsi, a divenire giudice o confidente di quel Marco silente in balia dei dubbi e delle poche certezze!

< Smettila dai, Giò è sotto, è arrivato da un pezzo e tu continui a parlare di te e di quanto “minchione” sei ad avere paura di tutto. Eh già, è questo che sono, uno stupido minchione che non ha il coraggio di dire la verità. Giò mi manderà al diavolo prima o poi e il mio cuore si spezzerà di nuovo, lo so!

Vabbè, domani parlerò a mia madre, o forse è il caso che ne parli prima a Sara. Domani lo faccio, boh!>

Puntava con un dito la sua immagine riflessa nello specchio, faceva la faccia seria, come se volesse convincere sé stesso delle proprie parole, poi si sorrideva benevolo, in segno di perdono. Alla fine si riconciliava sempre con quella sua immagine riflessa.

E sotto c’era il suo Giò, bello come il sole, luminoso e statuario, Marco lo guarda con gli occhi innamorati e persi e molte volte si chiede cos’abbia mai fatto per meritarlo.

< Ciao >, Marco gli dà un bacio sulla guancia e Giovanni gli mette la mano sul braccio, vanno a piedi verso la macchina e, saliti a bordo, partono per andare a lezione all’università.

Si trattava della lezione delle 15,00, Filosofia dell’educazione, l’aula era la B/21 poco distante dall’ingresso principale della facoltà di Filosofia, la docente era una giovane donna, esile ma molto esuberante e determinata. Marco aveva una vera e propria adorazione nei suoi confronti.

Aveva comprato uno dei suoi libri “Ruolo dell’educazione nella formazione alla diversità” e nonostante la Dottoressa non avesse mai indirizzato i suoi allievi verso l’acquisto dei testi da lei scritti, fatto che la rendeva singolare (se non unica) agli occhi dei suoi alunni che, invece, erano molto spesso “costretti” dai docenti a comprare proprio i loro manuali, Marco si era lasciato incuriosire dalla dolcezza, dalla sensibilità e dal coraggio di quella giovane insegnante.

Marco aveva letto il saggio <Ruolo dell’educazione nella formazione alla diversità> tutto d’un fiato e aveva tratto da esso spunti per riflessioni  sulla sua personale condizione, di carattere filosofico, sociale, pedagogico e umano, riteneva insomma questo libro importantissimo per la formazione di chiunque e, lui, con la sua profonda sensibilità ne aveva colto l’essenza, l’intrinseco valore.

Fu proprio in seguito alla lettura di questo libro che la sua identità divenne fiera e la sua autostima aumentò notevolmente. La diversità l’aveva sempre connotato, da quell’anno, l’anno della “caduta del muro” era divenuto fragile e insicuro, quasi si vergognava del suo essere semplicemente “diverso”, ma quel testo, attraverso il rigore scientifico della ricerca e tramite le parole di grande umanità che la sua docente aveva consegnato alla scrittura, gli avevano cambiato la vita, lo avevano indotto ad avere rispetto prima di tutto verso sé stesso, verso la sua diversità, lo avevano aiutato nel difficile percorso dell’accettazione e  Marco, ora era un uomo nuovo. Era un uomo, prima di tutto un essere umano, ormai in grado di affrontare gli altri, di coinvolgerli nel suo essere “diverso”, di avvicinarli a sé.

Doveva cominciare da lei, doveva cominciare da Sara, lo scoglio più complesso da superare.

E da Sara incominciò:

Seguita la lezione di Filosofia dell’educazione, Marco si volta verso Giò e con fare rassicurante gli dice che deve uscire un istante per fare una telefonata, intanto Giò che gli fa un cenno con la testa, si avvicina agli atri colleghi del corso e fa due chiacchiere aspettando l’inizio della lezione successiva.

Marco esce fuori dall’aula, prende il suo cellulare e lo riaccende impaziente, attende che ci sia la giusta ricezione e poi digita un sms da inviare alla sua amica del cuore Sara

< ti va di passare domani sera da me, ceniamo insieme e…devo dirti una cosa (Giò  non ci sarà). Un bacio, Marco >

Inserisce il numero e invia l’sms.

Sara lo conosceva da sempre, era la sua storica compagna delle elementari, delle medie, solo alle superiori si erano separati ma ora frequentava lo stesso corso di laurea alla facoltà di lettere e filosofia. Per un lungo periodo, durato più o meno tre anni, hanno condiviso persino lo stesso letto. Sara e Marco infatti condividevano in “subaffitto” una stanzetta di un bilocale nel quale abitava una coppia senza figli.

Avevano dovuto adattarsi a causa della poca disponibilità di denaro e avevano dovuto addirittura coabitare in un lettone matrimoniale sul quale praticamente trascorrevano intere giornate, lì studiavano, leggevano, guardavano la Tv, a volte mangiavano (oltre che passarci le notti a dormire!)

Ogni tanto Sara pensava a Marco come al suo amore, l’amore predestinato, a volte piangeva chiusa in bagno perché credeva di essere “trasparente” per lui, a volte lo comprendeva ritenendo che la “secolarità” della loro amicizia, aveva levato alla stessa qualunque pretesa di erotismo o desiderio sessuale. Insomma, Sara amava Marco ma capiva che lui non avrebbe mai fatto il primo passo…< magari teme di compromettere la nostra pluriennale amicizia > si ripeteva continuamente per darsi una plausibile spiegazione. E poi di nuovo a piangere per il costante disincanto.         < Abbiamo dormito insieme ma non l’ha mai sfiorato l’idea di abbracciarmi, devo proprio fargli schifo! Chissà a che pensa o a chi pensa? > Sara si tormentava con strane domande, curiose fantasie sul conto di Marco, ma proprio non riusciva a non sentirsi attratta da quel ragazzo.  Lo aveva visto crescere, avevano due anni quando i loro genitori iniziarono a frequentarsi. Entrambi senza fratelli o sorelle, entrambi figli unici. Divennero presto compagni di gioco fino a frequentare insieme la scuola materna e le elementari. Erano una “coppia fissa”, indissolubile. Chiunque trattasse male Sara doveva vedersela con Marco e la stessa cosa avveniva al contrario se qualcuno rivolgeva un insulto a Marco. Una volta Sara si spinse fino al punto di picchiare un ragazzino che aveva dato un cazzotto al suo Marco rompendogli gli occhiali. S’infuriò in un tal modo  vedendo il suo amico ferito sul volto che, senza nemmeno preoccuparsi di potersi far male, si avventò come un avvoltoio sul corpo della vittima e gli sferrò uno schiaffo così sonoro che Marco rimase interdetto per l’audacia dimostrata dalla sua Sara. A dire il vero interdetta rimase pure Sara, non avrebbe mai immaginato infatti di poter picchiare qualcuno,  < per legittima difesa >, se lo ripeteva sempre: < l’ho menato per legittima difesa, lui aveva spaccato la faccia e gli occhiali a Marco, dovevo fare qualcosa, dargli una lezione >. La lezione l’aveva data a tutti, anche a sé stessa.

Sara ricevette il messaggio e leggendolo arrossì come altre volte le era capitato.

Dio quanto si vergognava di arrossire in pubblico e, più era imbarazzata per il suo rossore e più arrossiva.

Marco le diceva sempre che era ancora più bella quando diventava rossa. Lui le diceva che quel rossore sulle guance era solo lo specchio della sua anima bella, delle sue idee forti e del coraggio che aveva dentro la sua giovane amica. Quel coraggio e la sua determinazione affioravano sulle guance, non era un segno di timidezza, ma di furore e audacia, era un tratto ben delineato che lasciava intendere a chi la guardava che le sue parole erano vere, che la sua “testimonianza” era reale.

Marco era fiero di lei, a modo suo amava quella ragazza ma sapeva che non poteva amarla come lei avrebbe desiderato. Riusciva a comprenderlo. Provava ad immaginare ogni giorno come lei avrebbe reagito ad una sua “confessione”, si fidava di lei, della sua sensibilità, ma temeva ugualmente di parlarle.

Marco aveva paura di turbare un equilibrio che nel corso degli anni aveva costruito con fatica, temeva che se avesse raccontato alla sua Sara di essere gay, l’avrebbe persa, avrebbe perso l’amica di sempre, la sua confidente più fidata e sincera, il suo costante riferimento.

Adorava Sara e lo lusingavano le sue tenere attenzioni di donna, lo stimolava sapere di piacere così tanto alla sua amica e intuire il desiderio di lei nei suoi confronti.

Marco era omosessuale, lo sapeva, fin da quel brivido, ma Sara era la sua Sara.

C’era in lui un non so che di egoistico che lo riconduceva sempre a sé, a guardarsi dentro, a guardare ai suoi desideri, alle sue voglie inappagate, ai sogni di una vita più libera da pregiudizi e ipocrisie, e in questa vita ci trovava Sara, sempre lei, suo malgrado, malgrado Giò, lei era li a fargli compagnia, a chiacchierare di mille cose e di niente, ad ascoltare le sue angosce e a sfogare nel pianto la sua paura d’amare.

< M’innamoro sempre di quello sbagliato >, gli diceva Sara e poi, ridendo,( alternava sempre il riso al pianto con una tale naturalezza da destare preoccupazione a volte), aggiungeva < ma come faccio a sapere che è quello giusto ancora prima di capire che è invece quello sbagliato >

Quali frasi contorte e all’apparenza prive di senso aveva dovuto ascoltare Marco dalla sua Sara e, quante altre le aveva rivolto lui per confortare quel pianto di lei, asciugando le lacrime miste a riso…

 

 

scrittura d'evasione...

08.07.2013 15:48

Sai, ho pensato che vorrei farti un regalo, in realtà da tempo lo pensavo, ma non uno di quei regali che ci si può fare tra amici che si vogliono bene, uno di quei regali che fai perchè conosci i suoi gusti e puoi intuire se gli piaccia oppure no, o addirittura uno di quei regali per i quali lo chiami al telefono perchè se è un libro, con tutto quel popò che ha letto, temi che l'abbia letto già.

 

Vorrei farti un regalo di quelli per cui resti senza parole di sicuro e così se tu non parli io non devo piangere, se tu spalanchi gli occhi per la bellezza del mio dono, io posso vederli meglio quegli occhi belli che mi regali tu tutte le volte che mi guardi, se stai zitto perchè è ineffabile la gioia, allora mi risparmi pure il rossore sulle guance, che, volente o nolente, sai bene che m'arriva e se ne va solo quando hai smesso di guardarmi.

 

Ma tu non smettere, lascia perdere il mio rossore, non fare caso all'esplosione in corso, tu continua a guardarmi, domani, dopodomani, domani l'altro ancora e sempre, se tu mi fai questo regalo io ti giuro che avrai il mio bene sempre, il teatro e la platea intorno...concentrati perchè da oggi sei assediato d'affetto !

A Giovanni

 

 

" Mi ritrovai senza troppa voglia a fare un corso di “scrittura creativa” in un carcere minorile, ci avevo solo provato a fare la domanda per rispondere al bando, ma un po’ così, a tempo perso…

Mi accorsi presto che la superficialità non aveva spazio in quel posto, non la mia, non poteva e poi, si, poi mi accorsi anche che raccontartelo ti faceva stare bene, che prenderti per mano e portarti in questo “mondo sbarrato” ti avrebbe distratto dalle sbarre fra le quali eri intrappolato tu…

E così ho cominciato a scriverti, ogni giorno, perché ogni giorno tu potessi leggere ed “evadere” dalla tua personale prigione…

 

Ecco, è questo quel regalo ... (continua)

GRAZIE PRINCIPESSA IVI !

08.07.2013 10:17

Buongiorno Principessa,

è questo il tuo nome mammina mia, papà ti salutava così ogni mattina e tu gli facevi quel sorriso bello, un sorriso nel quale non si muovevano solo le labbra, erano gli occhioni azzurri tuoi belli a sorridere.

 

Buongiorno Principessa anche oggi, oggi che sembri assente eppure ci sei più che mai. Ci sei con la tua bellezza, con la tua generosità, con la tua lealtà, con la tua schiettezza, tutte queste qualità che ho elencato non sono parole, non sono “forma”, ma sono sostanza:

Avevamo un solo albero di prugne al mare e tu riuscivi a regalare un cestino di frutta all’intero vicinato. Facevi con le tue mani tutto, dalla pasta sfoglia all’impianto elettrico; ti dicevano che “eri forte come un uomo” e invece mamma tu sei stata e sei una gran Donna, una Donna con la maiuscola.

Hai scelto il tuo sposo per tutta la vita perché hai saputo dare alla parola “matrimonio” un senso pieno, d’amore, di sincerità reciproca, onestà e condivisione assoluta.

Hai amato noi tre, i tuoi tre gioielli ci chiamavi, sempre, anche se non sempre ci meritavamo il tuo amore, che bell’esempio di mamma ho avuto, abbiamo avuto, che gran privilegio.

Per Te ero “Anna mia”, eravamo “Anna mia, Antonella mia e Maria Assunta mia”, tu ci dicevi che eravamo tue, ma non col senso del possesso, eravamo tue perché eravamo le ragioni della “tua” vita, i “tuoi” amori.

Quanti consigli e quante confidenze, una mamma pudica e moderna, tutta sostanza.

Una donna piccola ma con il cuore di una gigante.

Grazie Principessa.